Smart City: essere o non essere, questo è il dilemma.

Posted on 27 luglio 2012 di

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L’aggettivo “smart” è ormai diventato di uso comune, ogni giorno sentiamo parlare di smart meter, smart grid, smart mobility, smart citizen, smart environment, smart retail, smart chi più ne ha più ne metta. Alla fin fine è stato convenzionalmente adottato il termine “Smart City” per racchiudere tutti questi concetti. Ma cosa significa esattamente “Smart City”?.

Prima di porci questa domanda dobbiamo rispondere ad un altro quesito, a mio parere molto più rilevante: esiste un significato univoco di Smart City? Ogni città è diversa dall’altra, per quanto si possano trovare delle analogie in termini di numero di abitanti, età media, classe di reddito, morfologia del territorio, consumi, ecc. C’è un elemento fondamentale che contraddistingue una città dall’altra: i suoi cittadini. Ogni territorio ha radici culturali e meccanismi sociali unici nel suo genere, e per quanto “smart” potranno essere questi “citizen” è ovvio che ognuno di essi lo sarà in modo diverso.

La Smart City, qualunque definizione vogliamo dargli, dovrebbe genericamente essere l’infrastruttura costruita attorno alla comunità, che ne soddisfa i bisogni e ne migliora la qualità della vita, rispondendo contemporaneamente alle esigenze ambientali ed energetiche per garantire la sostenibilità delle future generazioni.

Purtroppo il termine Smart City è ormai inflazionato: per essere intelligenti basta avere un sistema di bike sharing, meglio se con bici elettriche, paradossalmente anche in città dove nessuno usa la bicicletta perché situate in zone montane con strade impervie, o, semplicemente, per cultura. Al contrario, vengono creati sistemi di car sharing eccellenti, anche questi ovviamente elettrici, proprio dove la tradizione ciclistica vede il suo apice. Tutto pur di poter chiamare la propria città “intelligente”. Il primo problema che affligge le Smart City risiede proprio nella mancanza di attenzione alla comunità: invece di comprendere quali sono i reali bisogni dei cittadini e cercare di soddisfarli nel miglior modo possibile, spesso ci si limita a inondare la città di tecnologia.

Il secondo problema che voglio evidenziare riguarda invece la circoscrizione dei progetti fin ora sperimentati, spesso fini a se stessi. Una Smart City non è banalmente una città dotata di sistemi di comunicazione wireless. Così come un sistema ferroviario è più di un insieme di binari. Ovviamente, servono anche i “binari”, ma una Smart City non si crea, per esempio, solo attraverso progetti come le reti wi-fi cittadine, i semafori intelligenti, o i lampioni telegestiti. Non basta immaginare singoli servizi evoluti per l’infomobilità, il controllo energetico, la sicurezza urbana ed altro. Ovviamente, questi servizi sono tutti molto utili e desiderabili, ma se concepiti come isole a se stanti rischiano di non essere efficaci o di diventare addirittura irrealizzabili. Ad esempio, per fornire servizi di infomobilità di valore è necessario pensare non solo a sofisticati sistemi di pianificazione e ottimizzazione dei flussi di traffico, ma anche e soprattutto alle modalità di raccolta e integrazione (in tempo reale o quasi) dei tanti dati necessari alla realizzazione delle funzioni di simulazione e calcolo. Se non ci fosse modo di raccogliere e organizzare la mole di informazioni prodotta anche il più sofisticato sistema di monitoraggio, pianificazione e controllo risulterebbe nei fatti inutile. Serve una rete, un network, un sistema integrato.

Concludo con una riflessione sulla citazione fatta da Piero Fassino durante il suo intervento, in qualità di Sindaco della città di Torino, al convegno “Le città intelligenti: opportunità per le imprese del territorio” al salone Smau di Bologna:

“Il rischio è che il modello italiano di Smart City sia un presepe di realizzazioni esemplari e non una vera opportunità per i cittadini”.

Le soluzioni ICT esistono già, ma sono relegate al ruolo di “figurine del presepe”, dato che non sono state replicate a livello nazionale, né tantomeno standardizzate. E qui, inevitabilmente, si torna a parlare del bando Smart Cities and Communities pubblicato a inizio luglio dal Miur, volto alla promozione di “Idee Progettuali di ricerca industriale, estese a non preponderanti attività di sviluppo sperimentale”. C’è ancora bisogno di ricerca sul tema, oppure è arrivato il momento di passare allo sviluppo?

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